Corriere del Mezzogiorno 4 maggio 2011 di Luigi Merola
Caro direttore, ieri mattina stavo in auto, sulla Salerno-Reggio Calabria, in viaggio verso Verona per inaugurare una succursale della mia fondazione di recupero minorile quando ho ricevuto ricevuto la telefonata di un genitore di un bambino che frequenta la mia parrocchia. <>. Non capivo di cosa stesse parlando, poi ho compreso: aveva letto un articolo su questo giornale a firma di Carlo Puca. L'ho tranquillizzato, Gesù diceva <>. Poi sono andato a comprare il giornale e non vi nascondo che ho sentito dentro di me un brivido grande. E' tornata per un attimo dentro il mio corpo la solitudine. La solitudine di chi ogni giorno è schierato in prima fila a combattere la camorra, non con le armi ma con il rosario. Di chi cerca di costruire dove non cresce nemmeno un pò d'erba. Di chi ha dedicato la sua vita alla strada. Di chi ha denunciato i clan per liberare un quartiere occupato dalla criminalità, dove una bambina dal nome Annalisa Durante è stata ammazzata. Di chi non riesce a dimenticare quella tragedia diventata motivo di riscatto per una città intera. Di chi da quel giorno nom si è mai più fermato per sottrarre i giovani alla camorra e recuperarli per una vita normale, lontana dalla criminalità organizzata. Di un prete finito sul patibolo per la copertina di un libro che doveva servire a raccogliere fondi per realizzare un campetto di calcio. Una copertina dove c'è una foto in cui ci sono io e i miei due carabinieri di scorta a Forcella. Una foto scattatami per caso e scelta dall'editore del libro poichè rappresentativa della sofferenza di chi è costretto a vivere sottoscorta. Tanti sono convinti che la scorta sia un simbolo di notorietà, pochi comprendono che la scorta limita la libertà delle persona. Una sofferenza, non una gioia. Ma da accettare affinchè come diceva Giovanni Falcone <>. Il mio modello non è Roberto Saviano ma è Gesù. Tanto per essere chiari questo libro non è scritto per fama e ammirazione ma per bisogno: per costruire un campetto di calcetto nel quartiere Arenaccia, sul terreno dove una volta il boss Brancaccio teneva custodito il suo leone. Per dare un'opportunità in più a tanti ragazzi, per avvicinarli alla fondazione di recupero minorile che sorge proprio in questo posto. Avrebbero dovuto aiutarmi le istituzioni, ma purtroppo non l'hanno fatto.
A quanto pare la priorità di questa città è rimuovere la spazzatura. Ma sono convinto e continuo a credere che questa città può cambiare. Ciò può avvenire solo se lavoriamo tutti insieme, tutti nella stessa direzione. Dobbiamo amare ciò che non ci piace per poterlo cambiare.